RECENSIONI

 Prima di rivolgere il nostro sguardo alle opere di Manuela non possiamo trascurare il principio su cui la pittrice fonda la sua ricerca artistica: l’unicità. Per lei è infatti determinante dar vita ad una produzione che, per quanto possibile, sia priva di citazioni e di interferenze esterne, che sia puro racconto dell’artista stessa, che parla di sé attraverso la pelle delle cose, attraverso la materia che non è solo mezzo per la figurazione, ma parte integrante e fondamentale della rappresentazione. Artifìciale-artificioso è il titolo della prima serie di lavori che viene presentata al pubblico e che ha il suo tema portante nel mare. L’origine di questo progetto sta nella ricerca di un dialogo possibile tra materia naturale e materia sintetica, nell’ intenzione di trarre dalla natura una forma, un concetto che poi trova la sua oggettivazione, la sua mimesi in un qualunque oggetto prodotto dall’uomo.
La scelta di un mare sintetico, costituito da lamiere che, rovinate dal caso, vivendo passivamente, trattengono le tracce di una storia naturale, è sintomatica dell’esperienza che Manuela vive quotidianamente: in quanto architetto, ogni giorno, in cantiere, è a contatto con le “cose” più semplici e primordiali, attraverso la trasformazione delle quali si arriva al compimento di un progetto. Così in pittura la materia è il fondamento dell’edificio artistico, il primordio dell’ideazione che nasce proprio dall’intenzione di trasformarla, di darle un senso che altrimenti non verrebbe espresso. Onde di lamiera solcate da numeri, da fili elettrici, creano uno spazio, una scenografia, che ci racconta di orizzonti conosciuti, ma mai guardati e introiettati in tale maniera. La forza di questo ciclo sta nel potere evocativo, nella capacità di raccontare uno spazio in modo nuovo, in cui la descrizione coincide con la verosimiglianza, con la simulazione, non perché la natura in sé stessa non sia ispiratrice sufficiente, ma perché proprio la natura è in ogni elemento; così, assemblando oggetti, si ottiene la visione del reale trasfigurato.
Non a caso l’artista parte da una sintesi del dato naturale, dall’onda che diventa segno sulla tela, nell’intenzione di riassumere, di spogliare dalla retorica descrittiva l’elemento, qualunque esso sia, per trasporlo su un piano concettuale. Dal segno, ovvero dalla perdita della forma come riproduzione, per ottenere la rappresentazione, si ritorna alla raffigurazione, andando a costituire un mondo fatto di materia per la materia, in cui ciò che vediamo è ciò che sentiamo. Così si risolve nelle tele della pittrice l’eterna lotta tra la natura e la macchina, non nella vittoria di una delle due parti ma, in modo maturo e cosciente, in un dialogo il cui senso sta nella possibilità, nella capacità di vedere, di rivolgersi al di fuori, dando voce al muto, dando calore all’inanimato, ristabilendo il ruolo della materia quale narratrice della natura.
Nel secondo ciclo di lavori, intitolato Naturale, si avverte la necessità di dover trovare una materia non manipolata, pulita, libera dalla violenza della mano che la controlla, la piega e la costringe. La materia è liquida, è la casualità della vita, è lo scorrere degli eventi che si cerca di regolare, di controllare, ma che spesso ci sfuggono tra le dita. Più si cerca un controllo, una misura, più tutto questo viene meno, ed allora si cerca di addensare la materia, di bloccarla o di creare degli spazi in cui sia possibile non venire travolti dallo scorrere della vita, si cerca una zattera, un’ancora di salvezza, che ci trattenga e ci permetta di trattenere ciò che non vogliamo far correre via. Capita però che la nostra natura sia più propensa a non desiderare la forma stabile e ferma, che in fondo il rigore a cui ci si attiene sia un’imposizione ed un’auto imposizione, allora, senza quasi accorgersene si accettano delle barriere di contenimento, che trattengano il nostro istinto, la nostra immediatezza. Ma lo spirito che siamo continua a vivere e, per quanto a bassa voce, continua a parlare: Manuela sta nelle sue opere, è le sue opere e la troviamo sempre che fa capolino qua e là. Ma se cerchiamo di scovarla in una forma, in un oggetto, la nostra indagine non avrà frutto; lei è lì nascosta nella materia, che continua nonostante tutto a scorrere, che appare sempre più viva, libera, forte, in ciò che non si può fermare, in quegli spazi pittorici che sfuggono al nostro occhio, perché in fondo non desidera essere trattenuta, vuole continuare ad esistere e ad essere un’ anima libera alla ricerca della sua libertà.
Davide Sforzini – Mostra “Fermo Immagine” -  2008

 

 Progettare è il suo mestiere di architetto, e progetto è il suo mondo pittorico.
Un confronto tra azione e pensiero dettato dalla necessità di esprimere la consapevolezza che solo “CREANDO” si ha la risposta alla nostra curiosità intellettuale.
Il mare è la metafora della sua creazione, con ciò che sta sopra e ciò che sta sotto o dentro ognuno di noi.
Artificioso-Artificiale è invece il viaggio mentale e simbolico che sottende gli ultimi lavori, dove raggiunge un potere evocativo in equilibrio tra realtà e fantasia, dove materiali di scarto di cantiere e la loro casualità di posizionamento, un passato studiato e un futuro da scoprire si fondono in un miscuglio di contraddittorie tensioni.
Enrico Schinetti – Mostra “Fermo Immagine” -  2008